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Si tratti di un tappeto prezioso annodato e tessuto con seta, argento o
addirittura oro (che, opera di grandi artisti, sono in genere di notevoli dimensioni e
destinati all'arredamento di palazzi e moschee) o di un semplice tappeto di tribù e di
villaggio, tessuto in lana, cotone o pelo di cammello, la struttura elementare resta la
stessa. Essa si compone di quattro elementi: l'ordito, la trama
e la controtrama, i nodi e il pelo (annodato a mano, fatto a mano). Ad essi si possono
aggiungere i materiali, le tinture e i colori.


È l'insieme di fili paralleli (detti Catene), disposti nel
senso della lunghezza, sui quali vengono fissati i nodi. Ogni nodo è fissato su due
catene con una tecnica che vedremo in seguito. Le catene sono tese sul telaio e
costituiscono il supporto principale del tappeto, oltre a formare le frange. A seconda
della regione di provenienza possono essere di lana, cotone o seta.

È l'insieme di fili che passano trasversalmente tra le catene,
incrociandole. In genere i fili della trama
sono della stessa materia impiegata per le catene.

È l'insieme di fili di un calibro assai inferiore a quello della trama
che, passando in senso inverso, servono a bloccarla fra i nodi durante la tessitura del
pelo.

Caratteristica del tappeto (a differenza degli arazzo,
dei Kilim e dei tessuti) è il fatto che alle catene dell'ordito vengono legati dei corti
fili che vanno a costituire il pelo, o vello.
L'annodatura del tappeto è una tecnica artigianale fra le più semplici ed è rimasta
sostanzialmente immutata nel tempo.
Vengono impiegati generalmente due tipi di nodi:
 | il nodo persiano, Seneh
(o Farsi baff):
semplice, asimmetrico, più adatto ai disegni curvilinei. Denominato Seneh
(l'odierna Sanandaj, città del Kurdistan Iraniano), questo nodo è realizzato in modo
che un capo del filo sia intrecciato a una catena dell'ordito ed emerga tra questa e
quella vicina, mentre l'altro capo del filo emerge tra la seconda catena dell'ordito e
quella che nel successivo nodo avrà l'intreccio. Questo nodo viene utilizzato dagli
artigiani iraniani, cinesi e indiani;
 | il nodo turco, Ghiordes
(o Turk baff).
Questo nodo (denominato anche Ghiordes,
dalla città anatolica dove Alessandro sciolse l'omonimo, famosissimo, nodo) consiste
nell'intrecciare i due capi del filo a due catene contigue dell'ordito con i capi che
emergono dallo spazio compreso tra le due catene alle quali sono legati. Utilizzato in
Turchia e nell'area caucasica, questo nodo offre una maggiore solidità e stabilità
al tappeto. |
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Esiste anche un sistema di annodatura definito arabo-spagnolo, che
viene utilizzato soltanto in Spagna. Esso consiste nell'intrecciare il filo ad una sola
catena dell'ordito con i due capi che si incrociano sul retro della catena per riemergere
davanti.
Per completezza ricordiamo anche l'annodatura jufti,
nota anche come doppio nodo o nodo fraudolento. In pratica si tratta di eseguire il nodo,
del tipo turco o persiano, invece che su due catene, su tre o quattro, risparmiando così
sia il tempo che il materiale, anche se il tappeto in tal modo realizzato risulta meno
bello e solido.
Spesso si sostiene che un tappeto con una maggiore densità di nodi (che nel commercio
internazionale dei tappeti viene calcolata per decimetro quadrato) sia più pregiato di
altri con una densità minore: le cose non stanno sempre così, perche va sempre
ricordato che, come per ogni oggetto d'arte, a determinare il valore del tappeto più che
la densità dei nodi conta l'abilità, il gusto e la sensibilità dell'artigiano che lo ha
realizzato.

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Il bordo, o cimosa,
del tappeto è un elemento molto importante perche ne determina la solidità. In
genere per questa fascia del tappeto si utilizza la tecnica del Kilim: all'ordito si
intrecciano trame di vario colore che vengono fatte passare sopra e sotto le catene,
serrando le trame tra loro.

Il pelo (detto anche vello) è costituito dalle estremità dei fili di
lana, seta o cotone che emergono dai nodi fatti attorno alle catene. Questi fili vengono
tagliati e resi uguali una volta che il tappeto è terminato. L'altezza del pelo
può variare da 4 a 30 millimetri, anche se mediamente va da 7 a 10 millimetri.

I tappeti utilizzano in linea generale tre tipi di materiali: la lana,
il cotone e la seta. In alcune regioni si usano materiali diversi (lino, canapa, juta e
fibra di cocco), ma si tratta di produzioni assolutamente particolari.

È il materiale più utilizzato per il pelo e, talvolta, per le catene
e la trama. Ha
differenti origini:
 | lana di pecora, generalmente impiegata;
 | lana di capra, utilizzata in particolare dai nomadi;
nell'India furono prodotti esemplari bellissimi con il pelo soffice e finissimo delle
capre Kashmir, mentre lana di capra più grossolana si ritrova nel pelo di molti
tappeti spagnoli; il pelo lungo e robusto del manto viene spesso usato nei tappeti
anatolici, persiani e afgani per le cimose laterali, le finiture e la struttura.
 | lana di cammello, utilizzata dai nomadi nel suo colore
originale; si trova soprattutto in tappeti di produzione persiana, afgana e curda.
Questa lana non prende bene il colore, per cui è lavorata nel suo colore originale
che va dal marrone scuro al marrone chiaro. |
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La lana tosata da animali morti (in persiano tabagi) non è
mai stata usata per la tessitura dei tappeti orientali che, in genere, utilizzano lana di
buona qualità. Le differenze fra le lane dipendono da fattori diversi, come la
razza, il tipo di allevamento, l'età e la stagione in cui avviene la tosatura (quella
primaverile dà la lana migliore); le varie parti del corpo (dorso, spalle, addome etc.)
danno lana di qualità e struttura diversa. Il colore naturale della lana varia dal giallo
pallido dell'avorio al marrone scuro.
Nel mondo esistono dalle 350 alle 450 razze di pecore. I paesi più importanti per
l'allevamento ovino sono l'Australia, la Nuova Zelanda, il Sudafrica, il Sudamerica,
l'India, il Pakistan, gli Stati Uniti, la Russia e la Turchia.
Per la produzione dei tappeti in Oriente si usa di preferenza la lana di razze
incrociate. Rispetto al cotone, la lana è meno soggetta a sporcarsi; inoltre non ha
reazioni elettrostatiche ed è difficilmente infiammabile. Prende bene il colore, protegge
dal caldo e dal freddo. Unico svantaggio è costituito dal fatto che attira molti insetti,
soprattutto le tarme.

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È impiegato generalmente per le catene e la trama
che formano l'armatura del tappeto. Il suo uso è oggi frequente nei tappeti anatolici
moderni. Nei tappeti antichi talvolta veniva impiegata una piccola quantità di cotone
bianco o azzurro per creare e mettere in evidenza i disegni, in particolare nei Kilim.
Se protetto dall'umido, il cotone è un materiale più resistente della lana ed i tappeti
che hanno la struttura in cotone sono più pesanti, più compatti e meno soffici di quelli
in lana. L'uso del cotone per la produzione di tappeti è limitato soprattutto alle
manifatture urbane dell'ultimo secolo.
Col metodo, introdotto nel 1844 da J. Mercer, del trattamento a freddo del cotone
in tensione con una soluzione di soda caustica, si ottiene una fibra più resistente, che
prende meglio il colore.

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La seta, la fibra sottile e resistente che i bachi da seta producono
per formare il bozzolo, è un materiale piuttosto costoso, se di buona qualità. Il baco
da seta (Bombyx mori) è originario della Cina, dove il suo allevamento ed utilizzo
ha una tradizione secolare. Nel 552 d.C. alcuni bozzoli furono trafugati dalla Cina e
portati a Bisanzio dando così inizio alla produzione della seta nell'area mediterranea,
in Italia e in Francia.
L'allevamento del baco da seta richiede un'alimentazione particolare (foglie di gelso),
aria temperata e attenzione contro i parassiti. Dopo la raccolta e la bollitura dei
bozzoli, la seta viene smatassata (una matassa può raggiungere la lunghezza di 4.000 m),
lavata, sgommata, lisciata e filata. A rendere la seta ancora più preziosa è il
fatto che gran parte della fibra va sprecata: infatti, soltanto un terzo della fibra
originaria può essere trasformata in seta cruda e, dopo un altro esame, la quantità
utilizzabile si riduce a un decimo di quella iniziale.
L'impiego della seta nei tappeti deriva sia dalla bellezza e lucentezza del filato, sia
dalla sua resistenza, sia dal fatto che non attira tarme e altri parassiti.
Viene utilizzata per le catene, la trama
o il pelo. Tuttavia va ricordato che l'impiego della seta non comporta automaticamente la
certezza della qualità del tappeto o un prezzo elevato.

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La tosatura della lana avviene una volta all'anno, in primavera
o all'inizio dell'estate. Quando è possibile, si lava la lana prima di tosarla: gli
animali vengono portati presso un fiume od un ruscello e lavati per togliere dal pelo la
sporcizia e la polvere.
Quindi si procede alla tosatura con delle cesoie, si lava e si fa seccare la lana. Niente
è più indicato dell'acqua dolce per pulire la lana e ogni tribù si tramanda per
generazioni i ruscelli e stagni dove l'acqua è pura, corrente e priva di sostanze
alealine.

La cardatura della lana lavata si svolge tirando le fibre con un
attrezzo di legno fornito di aghi o, molto più semplicemente, con le dita. Un altro
sistema, assai antico, consiste nel garzare
la lana facendo vibrare sopra di essa la corda di un arco di modo che le vibrazioni così
prodotte separino le fibre.

La filatura è una sorta di passatempo familiare che, con l'esercizio,
diventa automatico. Ogni membro della tribù lo farà servendosi di attrezzi piccoli e
leggeri. Con un semplice giro della mano si fa ruotare il fuso che avvolge le fibre della
lana creando il filo. La torsione di ogni filo corrisponde alla direzione della filatura:
in senso orario abbiamo una torsione a Z, in senso antiorario a S. La lana
filata in questo modo è ancora oggi la più ricercata.

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In tutte le culture preindustriali l'arte della tintura era un lavoro
assai impegnativo, del quale ogni artigiano conservava gelosamente il segreto che veniva
tramandato di generazione in generazione. Certi popoli o regioni si erano guadagnati una
meritata fama per i loro coloranti: per esempio i Fenici erano assai considerati per il
loro rosso porpora, la valle dell'Indo era particolarmente nota per i suoi rossi e i suoi
blu.
Se il processo della tintura differisce a seconda dei vari artigiani, il principio di base
è essenzialmente lo stesso: la diluizione della tintura in acqua bollente e l'immissione
della lana in essa, tenendola sotto ebollizione più o meno a lungo.
Dal momento che non è possibile rifare esattamente la stessa tinta, ciò spiega quei
cambiamenti di toni in un'area dello stesso colore (chiamati Abrash) che appaiono
in alcuni tappeti.
I principali materiali coi quali si realizzavano i colori erano:
 | rosso: i più belli erano ottenuti dalla cocciniglia e da
altri insetti. Una volta catturati, gli insetti venivano uccisi (con l'immersione in
acqua bollente o in aceto), seccati e sbriciolati. Altro colorante rosso molto
utilizzato era la robbia, estratta dalle radici della Rubio tinctorum. La pianta
veniva tagliata in autunno, le radici seccate, sbucciate e polverizzate. Il cinabro è
un colorante rosso-arancio che si ottiene da una resina proveniente da Zanzibar, nota
con il nome di sangue di drago. Un rosso scuro era invece ottenuto con la hennè,
una polvere ricavata dal ligustro egiziano, una pianta tanto cara alla cosmesi
orientale.
 | giallo: un giallo molto apprezzato è quello dello
zafferano (impiegato in particolare per la tintura della seta), che viene estratto
dagli stami del Crocus sativus; tra i più usati sono lo zafferano bastardo (Carthamus
tinctorius), assai diffuso in India, e la polvere della radice di curcuma. Anche le
bucce del melograno, seccate e polverizzate, forniscono un giallo chiaro.
 | blu: viene ricavato dall'indaco, dalle foglie dell'Indogofera
tinctoria tenute a bagno nell'acqua; attraverso processi di fermentazione e
ossidazione le fibre acquistano il colore.
 | verde: i toni migliori si ottengono con le bacche delle
Ramnacee, come il Rhamnus chlorphorus e il Ramnus utilis. Il bellissimo verde - Nilo viene ricavato dalla isparag, una pianta da latice che cresce spontanea in clima
secco-arido. Però il metodo più usato per ottenere il verde è quello di colorare le
fibre prima in giallo e poi col blu.
 | marrone e nero: il marrone scuro lo si ottiene con
il mallo della noce o con bucce di melograno tritate e bollite per diverse ore. Il
nero intenso lo si ottiene con una doppia tintura: prima con hennè e successivamente
con l'indaco. |
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Poichè tutti i coloranti naturali (come, del resto, quelli
sintetici) devono fissarsi o fare presa sul filo, occorre utilizzare una sostanza
che favorisca tale azione. L'impiego del mordente può essere fatto prima, durante o dopo
la tintura, anche se il risultato migliore lo si ottiene applicandolo prima. Uno stesso
colorante fornisce delle tinte diverse a seconda del mordente impiegato. Nell'antichità i
fissanti utilizzati erano il solfato di alluminio, la cenere di legno e di radice,
l'urina, alcune foglie o alcuni frutti. Oggi si utilizzano l'acido acetico, la soda
caustica, i sali metallici d'alluminio, cromo, ferro e stagno.
Fino alla metà dell'800 si conoscevano solo coloranti di origine animale, vegetale e
minerale. I coloranti sintetici furono inventati nel 1856 in Inghilterra dal chimico sir
William Perkin, che sintetizzò il primo colore all'anilina. Questa scoperta comportò una
vera rivoluzione che abbassò notevolmente il costo dei coloranti per i tessitori: i
coloranti sintetici erano infatti veloci e semplici da usare; inoltre erano disponibili in
molte tonalità. Così l'uso di coloranti chimici realizzati con l'anilina (un
derivato del benzene) si diffuse rapidamente, a partire dal 1865, anche se essi erano
molto inferiori ai coloranti naturali per quanto riguarda la resistenza delle fibre, il
loro colore e la possibilità di ottenere diverse gradazioni di toni.
Qualche decina di anni fa sono stati messi a punto dei colori, mordancè al cromo, la cui
qualità è talmente alta che si confondono con i coloranti naturali. Oggi i coloranti
sintetici sono i più diffusi nella produzione dei tappeti.

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La tessitura avviene utilizzando telai: ve ne sono di diversa grandezza
e dotati di vari accorgirnenti, ma quelli maggionnente utilizzati anche ai giorni nostri
sono di due tipi: orizzontali (portatili) o verticali (semipermanenti, utilizzati nei
villaggi).
Il telaio orizzontale, di struttura molto semplice, è formato da due travi o
subbi, fissate al suolo con dei picchetti, alle quali vengono allacciati i fili
dell'ordito. Servendosi di un palo (liccio)
collegato con i fili dell'ordito, l'artigiano può sollevare o abbassare i fili
dell'ordito creando così quello spazio necessario a fare passare il filo della trama.
Una volta assicurata la cimosa
(o base d'inizio), l'artigiano comincia ad annodare dei fili corti e sottili scelti
in base al colore da impiegare, alle catene dell'ordito. Una volta completata la fila
longitudinale dei nodi, passa al successivo filo della trama
e prosegue allo stesso modo fino a completare il tappeto. Estremamente leggero e
maneggevole, il telaio orizzontale può facilmente essere smontato e caricato su un
animale per essere trasportato e quindi rimontato nel luogo della nuova sosta: ecco
perchè viene utilizzato principalmente dalle tribù nomadi. Mentre la lunghezza del
tappeto può variare a piacere, la larghezza, servendosi di questo tipo di telaio, risulta
piuttosto limitata. I telai verticali sono costruiti in modo similare: due pali
verticali ai quali sono fissate due travi trasversali, una in alto e una in basso, alle
quali vengono fissati i fili dell'ordito. Con questo tipo di telaio si possono realizzare
dei tappeti molto grandi o più tappeti alla volta. La larghezza finale del tappeto
dipende dal numero delle catene tese sul telaio e la sua lunghezza dal tipo di telaio
utilizzato.
L'artigiano, seduto su un asse di altezza regolabile, esegue i nodi partendo dal basso.
Oggi i moderni ateliers utilizzano dei cilindri mobili che consentono l'arrotolamento del
tappeto per seguire l'avanzamento dell'opera e modificarne la lunghezza a volontà.

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Per ribattere i fili delle trama ci si serve di attrezzi molto
semplici, in genere di legno e di fabbricazione domestica. Anche al giorno d'oggi questi
strumenti sono: una lama per il primo taglio dopo l'esecuzione del nodo, una sorta
di pettine che serve a comprimere nodi e trama,
un paio di affilatissime forbici per rasare il tappeto una volta terminato.
I motivi delle decorazioni sono tramandati di generazione in generazione con piccole
variazioni. I disegni più complessi vengono eseguiti in base a dei cartoni elaborati da
appositi maestri su carta millimetrata: ogni quadretto della carta corrisponde ad un nodo
del tappeto.

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Una volta terminato il tappeto si passa alla rasatura, con l'aiuto di
una cesoia ricurva, per ottenere una superficie soffice ed uniforme: si tratta di un
lavoro assai delicato che richiede una eccezionale abilità. Infatti, se la
decorazione è rasata troppo alta, manca di nitidezza; se è rasata troppo corta, manca di
solidità.
Quando i nodi sono stati fatti, i fili che ne emergono vengono piegati verso il
tessitore, quindi verso l'inizio del tappeto. Quando si guarda un tappeto nel suo senso di
fabbricazione, lo si vede dal suo lato più scuro; nel senso inverso, poiché la luce
viene riflessa dal corpo dei fili e non dal taglio, il tappeto appare più chiaro e
brillante.

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Essendo l'annodatura l'elemento fondainentale per il rispetto della
tradizione della tessitura di un tappeto, è opportuno precisare la differenza tra i
tappeti fatti a mano e quelli annodati a mano.
L'annodatura rappresenta circa l'80% del lavoro nella realizzazione di un tappeto. Ora vi
sono dei tappeti che non sono più annodati, ma fatti a mano in quanto i fili di
lana sono semplicemente passati attorno alle catene senza alcun nodo. Inoltre il calibro
delle catene, delle trame e della lana sono calcolati in modo da ottenere una densità
di punti apparentemente importante senza la necessità di stringere i nodi. È evidente
che tali tappeti, la cui tessitura non rispetta esattamente la tradizione, non possono
essere considerati di valore pari a quello dei tappeti autentici.

| 14.000 nodi al giorno
Mediamente un buon artigiano riesce a fare 14.000 nodi al
giorno. È stato calcolato che per fabbricare il tappeto di Ardabil (1128 x 534
centimetri), uno dei più famosi del monfo, è stato necessario il lavoro di almeno
otto maestri per tre anni e mezzo. La densità dei nodi per decimetro quadrato in un
frammento di tappeto indiano della prima metà del XVII secolo è di circa 39.000
nodi.
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